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D.P.C.M. 02/02/2005

a) Intensità (I): severità geometrica e meccanica del fenomeno potenzialmente distruttivo. Può essere espressa in scala relativa oppure in termini di una o più grandezze caratteristiche del fenomeno (livello, velocità, volume, energia, ecc.)

b) Pericolosità (H): probabilità che un fenomeno potenzialmente distruttivo di determinata intensità, si verifichi in un dato periodo di tempo ed in una data area. E' espressa in termini di probabilità annuale o di tempo di ritorno. La pericolosità è funzione di una determinata intensità del fenomeno: H=H(l)

c) Elementi a rischio (E): popolazione, proprietà, attività economiche, servizi pubblici e beni ambientali in una data area esposta al rischio

d) Valore degli elementi a rischio (W): valore economico o numero di unità relative ad ognuno degli elementi a rischio in una determinata area. Può essere espresso in termini di numero o quantità di unità esposte (n di persone, ettari di terreno) o in termini monetari. il valore è funzione del tipo decreto-legge elemento a rischio: W=W(E)

e) Vulnerabilità (V): grado di perdita prodotto su un certo elemento o gruppo di elementi esposti a rischio risultante dal verificarsi di un fenomeno naturale di data intensità. Assume valori compresi tra 0 (nessuna perdita) ed 1 (perdita totale) ed è funzione dell'intensità del fenomeno e della tipologia di elementi a rischio: W=W(I;E)

f) Rischio totale (Rt): atteso valore delle perdite umane, dei feriti, dei danni alla proprietà e delle perturbazioni alle attività economiche dovuti ad un particolare fenomeno naturale. E' espresso in termini di costo annuo oppure numero o quantità di unità perse per anno. Il rischio totale associato ad un particolare elemento a rischio (E) e ad una data intensità (I) è il prodotto: RT(I;E)H(l) . V(I;E) . W(E). Gli elementi pericolosità, valore degli elementi e vulnerabilità possono essere individuati con un diverso grado di dettaglio in relazione alle finalità e alla scala dello studio, oltrechè alle informazioni ottenibili sul territorio. L'individuazione delle aree del territorio nazionale a rischio idrogeologico, distinto in rischio idraulico e rischio di frana, finalizzata alla redazione della carta del rischio idrogeologico è un obbligo per la redazione dei piani di bacino, previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 29 settembre 1998 «Atto di indirizzo e coordinamento per l'individuazione dei criteri relativi agli adempimenti di cui all'art. 1, commi 1 e 2, del decreto-legge 11 giugno 1998, n. 180/1998». La carta del rischio idrogeologico prevede la definizione di classi di rischio attraverso la sovrapposizione della carta della pericolosità (fasce di inondabilità e suscettività al dissesto di versante) con gli elementi a rischio derivanti dalla carta di uso del suolo, individuando, quindi, anche a parità di pericolosità, aree più a rischio di altre in dipendenza degli elementi che vi si trovano. Tramite la gradazione del rischio R si individuano cioè le zone in cui ad elevate criticità idrogeologiche è associata una maggiore importanza antropica. La carta del rischio idrogeologico, quindi, fornisce un ritratto della situazione attuale del rischio nel bacino, utile in termini assoluti per valutare la criticità dei bacino stesso. Essa rappresenta, inoltre, uno strumento per determinare con un criterio oggettivo le misure più urgenti di prevenzione e la priorità degli interventi. La determinazione delle classi di rischio, a gravosità crescente, contenuta nell'atto di indirizzo e coordinamento del decreto-legge n. 180/1998, è la seguente: R1: rischio moderato (danni marginali agli edifici, alle infrastrutture ed al patrimonio ambientale). R2: rischio medio (danni minori agli edifici, alle infrastrutture ed al patrimonio ambientale che non pregiudicano l'incolumità delle persone, l'agibilità degli edifici, la funzionalità delle attività economiche); R3: rischio elevato (possibile pregiudizio per l'incolumità delle persone, danni funzionali agli edifici e alle infrastrutture, interruzione di funzionalità delle attività socio-economiche e danni rilevanti al patrimonio ambientale); R4: rischio molto elevato (possibile perdita di vite umane e lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici, alle infrastrutture, al patrimonio ambientale, distruzione di attività socio-economiche). L'analisi del rischio idrogeologico può essere sviluppata a diversi livelli, utilizzando a seconda del caso metodi diversi e strumenti di indagine più o meno approfondite, che dipendono dal rischio indagato e dall'estensione dell'area di riferimento. Sono stati identificati 6 livelli di analisi, che possono essere così descritti (CNR-GNDCI - Versace, 1999): Livello 0. Non è disponibile alcuna documentazione o informazione di eventi accaduti o che potrebbero accadere. Livello 1 (aree vulnerate). Si hanno notizie generiche su eventi del passato ma non l'esatta localizzazione, estensione, dinamica, effetti (informazioni AVI). Livello 2 (aree vulnerate). Si dispone di indagini mirate, di notizie sufficientemente precise, di conoscenze approssimative di localizzazione, estensione, dinamica ed effetti dei fenomeni avvenuti. Livello 3 (aree vulnerate e vulnerabili). E' stata effettuata la ricostruzione puntuale degli eventi del passato (perimetrazione delle aree, descrizione del fenomeno, punti di possibile crisi, ecc.). Si dispone di cartografia a scala 1:25.000 o superiore. Livello 4 (aree vulnerabili). E' disponibile la perimetrazione delle zone vulnerabili, in scala non inferiore 1:10.000, con metodi emplificati, basati su rilievi speditivi. Livello 5 (aree vulnerabili). E' disponibile la perimetrazione delle zone vulnerabili, in scala non inferiore 1:5.000, con metodi completi, basati su rilievi puntuali.

4.2.2 Il rischio idraulico. L'analisi del rischio idraulico si articola di norma nelle seguenti fasi (CNR- GNDCI - Versace, 1999):

1) Valutazione dell'intensità dei fenomeni idraulici;

2) Stima della pericolosità;

3) Individuazione delle aree vulneralili (di cui specifico gruppo è costituito dalle aree vulnerate);

4) Identificazione degli elementi a rischio;

5) Valutazione della vulnerabilità;

6) Valutazione del rischio. Quale parametro rappresentativo dell'intensità di fenomeni di carattere idraulico potenzialmente temibili viene di regola assunta la portata di massima piena con assegnato tempo di ritorno. Il tempo di ritorno T associato ad una determinata distribuzione di probabilità è l'inverso della probabilità annua di superamento di un valore di portata di riferimento e rappresenta in media l'intervallo temporale atteso tra due eventi di piena massima annuale con portate superiori al valore di riferimento. La valutazione delle portate di piena deve essere riferita a tronchi d'alveo a comportamento omogeneo, completando l'analisi dei punti singolari delle aste fluviali quali: confluenze, imbocchi di tratti tombati, zone esondabili per correnti da monte, importanti infrastrutture di attraversamento. Le stime delle portate potranno essere ottenute dallo studio di piene significative già verificatesi o dallo studio previsionale delle piene probabili. La probabilità annua di superamento della portata di piena individua la pericolosità P come precedentemente definita. L'obiettivo a medio-lungo termine della pianificazione di bacino è attualmente quello della riduzione del rischio di inondazione a tempo di ritorno T=200 anni, che rappresenta il livello al quale ci si prefigge di ricondurre il rischio idraulico attraverso gli interventi strutturali, e che viene spesso designato con il termine improprio di «messa in sicurezza». Ciò è di norma osservato in riferimento a fenomeni di inondazione per bacini di dimensioni inferiori a qualche centinaio di Km2; per bacini di dimensioni maggiori occorrerà valutare le portate per periodi di ritorno differenti. Al fine della determinazione delle misure di mitigazione del rischio vengono individuati differenti livelli di rischio idraulico; nel citato atto di indirizzo e coordinamento (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 29 settembre 1998) vengono individuati essenzialmente tre livelli di pericolosità idraulica, uno elevato (T=20-50 anni), uno medio (T=100-200 anni) e uno basso (T=300-500 anni), le cui corrispondenti aree interessate vengono individuate come aree ad alta, media e bassa probabilità di inondazione. L'individuazione delle aree vulnerabili viene effettuata censendo i tratti fluviali che per caratteristiche morfologiche o per l'uso fatto delle aree spondali potrebbero rappresentare zone potenzialmente a rischio. In particolare occorre identificare:

-le aste vallive;

-le aste fluviali alluvionate riportate dalla carta geologica 1:25.000;

-le aste fluviali che attraversano i centri abitati;

-le confluenze di maggior rlievo;

- i tratti di intersezione dei corsi d'acqua con le principali vie di comunicazio ne;

-i tratti identificati attraverso indagini generali. L'analisi della risposta idraulica dell'alveo in caso di piena si effettua attraverso indagini geomorfologiche (utilizzando immagini telerilevate, rilevamenti diretti ed informazioni storiche che testimoniano dei fenomeni pregressi) e verifiche idrauliche (in corrispondenza di sezioni ripartite lungo l'asta ed in corrispondenza di punti singolari quali tratti tombati, zone di inondazione diretta, infrastrutture di attraversamento) da eseguire in condizioni di moto uniforme (tratti ad andamento regolare con ridotte interferenze) o di moto permanente (tratti con importanti variazioni geometriche o zone di deflusso condizionato). L'identificazione delle aree suscettibili di inondazione viene effettuata mediante valutazioni idrauliche di prima approssimazione (che consentono di definire, i limiti delle aree inondabili generalmente assumendo una distribuzione idrostatica dei volumi esondati) o modelli matematici di simulazione (che analizzano in modo dinamico la propagazione della piena nell'area d'interesse). I risultati delle indagini ed elaborazioni precedenti sono visualizzati attraverso una mappatura di tutte le zone in cui è stata riscontrata l'insufficienza del tronco d'alveo ed in particolare: aree direttamente inondabili in quanto in fregio al corso d'acqua o protette da argini insufficienti; aree direttamente inondabili per interferenza con infrastrutture di attraversamento; aree inondabili per corrente da monte. L'informazione deve essere completata individuando i principali punti di esondazione, le zone caratterizzate da prevalente deflusso da piena (tiranti elevati e/o velocità elevate), le zone caratterizzate da prevalente espansione della piena (tiranti ridotti e/o velocità ridotte), l'influenza della rete stradale sulla dinamica ed estensione dell'inondazione (determinante in ambiente urbano), le zone di allagamento per insufficienza della rete fognaria o per ruscellamento diffuso dai versanti. Assumono spesso una forte rilevanza anche situazioni e fenomeni che possono verificarsi in seguito ad una piena, quali esondazioni per rottura di per strutture prefabbricate di argini, sovralluvionamento, sifonamento, possibile ristagno d'acqua per presenza di manufatti, formazione contingente di ostruzioni per trasporto di materiale flottante, erosioni spondali che possono innescare l'instabilità di manufatti di contenimento (muri o argini), frane in alveo. Per poter procedere all'identificazione dei beni esposti al rischio, le aree interessate dal fenomeno di inondazione ipotizzato vanno suddivise in settori areali distinti secondo le caratteristiche di uso del suolo, definite dallo strumento urbanistico generale: prevalente urbanizzazione; presenza di infrastrutture e servizi tecnologici; prevalente utilizzo industriale; prevalente utilizzo agricolo. Per ogni singolo settore occorrerà individuare:

-numero di residenti;

-numero, tipologia e addetti delle attività commerciali, artigianali, industriali;

-elenco delle strutture, infrastrutture, attività presenti, con particolare atten zione alle strutture strategiche (ospedali, caserme, centrali elettriche, ecc.);

 

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